Il colore del passaporto è un po’ come il colore della pelle.
Devi tenerti quello che ti è toccato per destino.

Inizia così un articolo scritto da Marie Claire sull’immigrazione da parte dei paesi latini negli U.S.A. a causa del cambiamento climatico e lo scarso raccolto (quindi povertà) che li spingono a trovare lavoro altrove.

Commettendo un grave errore.

Non intendo ad emigrare!
Intendo la frase del giornalista: un grave errore statare qualcosa del genere: il colore del passaporto non è come il colore della pelle!
Non devi tenerti quello che ti è toccato per destino!
Certamente potrebbe essere più difficile per alcuni paesi, come ad esempio chi vive in Honduras o El Salvador, cambiare passaporto rispetto a chi, ad esempio, vive una situazione più agiata.

Ma come è possibile che ancora esistano queste credenze?
A volte le persone non sono libere anche perché credono di non esserlo.
Il passaporto è una di quelle cose: lo sanno molto bene i latini che si trasferiscono negli U.S.A..

Loro non vogliono tenersi il passaporto toccato per destino, e neanche dovranno, perché quelli che riusciranno a trasferirsi potranno ottenere, dopo un processo lungo e laborioso, un passaporto diverso.

Quindi non devi tenerti il passaporto che ti è toccato per destino.

Questo è solo un esempio delle cose che le persone danno per scontato o che limitano la loro libertà- il passaporto non è come il colore della pelle.

Il passaporto è un documento, non un’identità di chi veramente sei.

Il colore della pelle è molto diverso: fa parte del nostro essere e della nostra cultura, invece il passaporto puoi comprarne uno di un paese senza neanche viverci o conoscere la cultura più di tanto.

Puoi cambiare passaporto ma non pelle- renderli uguali è come dire alle persone che non siamo niente di più che pezzi di carta, che dei miseri documenti.

Che non possiamo cambiare e scegliere quali diritti ed obblighi avere.
Nessuno ci ha chiesto se quel passaporto lo volevamo e noi abbiamo il diritto, chi più facilmente chi più difficilmente purtroppo, di rifiutarlo e sceglierne uno nuovo.

Perché accadono allora queste difficoltà come in America latina, dove le persone non possono fuggire dal loro paese, o come in Bangladesh, Syria, Iraq…?

Perché se ognuno potesse scegliere dove vivere le nazioni si comporterebbero in modo ben diverso.

L’India rende estremamente difficile l’uscita delle persone che ci vivono perché non vogliono che se ne vadano, ad esempio, soprattutto nel caso delle donne.

Ma se le persone fossero libere di scegliere… allora i paesi sarebbero più attenti, perché il cittadino diventerebbe “sovrano” inteso che finalmente è davvero libero.

Libero di scegliere dove vivere.

Perché lo stato esiste non per intrappolare le persone, ma per creare un ambiente in cui il vantaggio è doppio: io mi prendo cura di voi, voi vi prendete cura dello stato.

Poi ovviamente ogni stato è libero di accettare o rifiutare le persone, d’altronde, è come se entrassi a casa mia, in questo caso nostra.
Ma se non ci sono ragioni specifiche… non ci vedo niente di male: e qui arriva anche il fatto che nel momento in cui uno stato si comporta “male” e le persone fuggono tutte, allora gli altri si trovano sommersi.

A questo punto magari gli stati si renderebbero conto che bisogna cooperare- non fare “guerra”, perché il problema di uno stato diventa dell’altro.

Invece molti stati scelgono di intrappolare.
Ma se le persone fossero libere… le priorità secondo me sarebbero diverse.

Tu cosa ne pensi?
Ritieni sia giusto che ogni persona possa scegliere dove vivere?
Che ognuno abbia diritto ad una vita che desidera?
Secondo te è davvero possibile?

Koan Bogiatto

Presidente e Co-Fondatore di Tribeke.
Formatore, autore di best-seller, imprenditore e speaker internazionale.
È il punto di riferimento di chi ha il coraggio di iniziare il cambiamento: aiuta gli imprenditori a creare una vita e un business libero dai vincoli nazionali.
Ha realizzato un’attività che gli permette di lavorare dove e quando vuole godendosi la vita con le persone che ama.

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