Citazione di Peter Thiel, imprenditore, miliardario, una delle persone più ricche al mondo, uno dei principali investitori esterni di Facebook nonché co-fondator e di Paypal.

Questo era anche il titolo di un intervento che tenne alla Stanford University e un articolo del Wall Street Journal, spiegando che esistono solo 2 tipi di business: monopoli e non-monopoli.

Oggi parliamo di lui, di cosa significano le parole dei grandi nella Silicon Valley per noi e perché tutto questo è rilevante oggi, anche se queste parole non sono recenti.

Peter apre il suo intervento rubando una frase di Anna Karenina (le famiglie felici sono tutte uguali, quelle tristi lo sono tutte in modo diverso) ma ribaltandola al contrario, perché così funziona nel mondo del business:

“Tutte le aziende felici sono diverse: ognuna crea un monopolio risolvendo un problema unico. Tutte le aziende fallite sono uguali: hanno fallito nello sfuggire alla competizione.”

Una frase che non è invecchiata bene

Ora, pensa che stiamo parlando del 2014 (magari conoscevi già queste parole).
Quindi oggi le sue parole ci possono suonare un po’ allarmanti, visto che l’inquietudine verso i colossi e le multinazionali è cresciuta spaventosamente negli ultimi anni.
Lo scandalo di Cambridge Analytica non è stato piacevole, e ha ricordato (o fatto rendere conto) che Facebook possiede più dati di un governo e che forse la situazione stava sfuggendo di mano.

Ma prima di scuotere la testa davanti alle sue parole, dobbiamo conoscere un po’ di più la sua teoria e vedere cosa ne è stato oggi nel 2021.
Fai conto che le sue parole riflettono, ovviamente, il comportamento preso da molti grandi leader della Silicon Valley (compreso lui). Che sono quelli che stanno creando il futuro del mondo.

Perché i monopoli sono molto meglio

Nel suo intervento Larry dice che:

 “…tutti i business dovrebbero diventare dei monopoli per creare un’immagine distinta e utilizzarla per ottenere il potere di creare i propri prezzi sul mercato.”

Quello che lui chiama “pricing power”, e che i non-monopoli non hanno.

Vediamo le differenze:

I non-monopoli, o la “competizione perfetta”

Il cosiddetto equilibrio, ma che non evoca l’immagine di pace e di calma: significa una situazione stagnante, e in un mercato stagnare significa morire.

Le aziende non hanno differenze sostanziali fra di loro quindi sono macchie grigie in un mercato in stallo.

I margini di guadagno sono quelli e le aziende che competono non hanno “pricing power” quindi non possono creare prezzi ma devono sottostare ai valori di mercato.

Più persone ci entrano meno sarà il margine di guadagno e quindi le aziende non si potranno neanche dedicare alla creazione di un valore ulteriore perché saranno troppo occupate a limare qualche granello di profitto dagli altri o rimanere a galla.

Quindi di perfetto non c’è nulla se non un perfetto fallimento.

I monopoli, motori del progresso

Così li chiama Peter, definendoli anche capaci di pensare a creare un valore più grande perché non devono pensare alla competizione.

I monopoli sono lì perché sanno fare quello che fanno meglio di tutti quanti (e fa l’esempio di Google) e la competizione diventa uno spreco di risorse.
Ha tutto il “pricing power” che vuole, quindi crea la giusta combinazione di quantità di prodotti o servizi e prezzi in modo da massimizzare i profitti.

Con un’eccezione

Peter precisa che un monopolio è negativo in un’economia stagnante, perché pensa solo a se stesso ed è quindi dannoso e monopolizzante nel termine negativo.
Un monopolio è invece un motore di innovazione in un mercato dinamico, aprendo nuovi campi e offrendo nuovi servizi ai consumer.

Quindi il fatto che 5 aziende (Microsoft, Apple, Amazon, Google e Facebook) rappresentano il 20% dell’indice S&P 500 è un bene, giusto?

Significa che fanno il lavoro meglio di tutti quanti e che sono per forza “buone”?

C’è qualcosa che mi stona in come sta andando il mondo delle multinazionali, e per capire cosa rintracciamo un altro paragrafo del vecchio articolo di Peter.

Creare valore non equivale ad essere di valore

Questa è un’importante distinzione che fa nel suo intervento.
Fa l’esempio di un settore, le linee aeree americane, e un’azienda, Google, nel 2012.

Linee aeree americane

Nel 2012 il biglietto medio costava $178 ma loro trattenevano solo 37 cent a passeggero. In quell’anno hanno fatturato $160 miliardi di dollari ma hanno trattenuto 100 volte in meno di Google, nonostante creino più valore.

VS. Google

Vale più di tutte le linee americane messe insieme. Eppure nel 2012 ha fatturato “solo” 50 miliardi (rispetto ai $160 delle linee aeree) ma ha trattenuto il 21% del profitto, più di 100 volte il margine delle linee aeree, nonostante abbia prodotto meno valore.

Sarà giusto venerare il profitto e non il valore creato?

Tutto questo venerare il margine di profitto anche se il valore creato è poco potrebbe creare situazioni spiacevoli. Sicuramente qualcuno l’avrà già fatto presente nel 2014, ed è più che realtà anche secondo molte teste indipendenti e celebri che trattano questi temi.

La rincorsa al profitto è una brutta bestia

Il problema che io personalmente rilevo in queste parole, che ha fatto anche presente Jonathan Taplin, è che la loro capacità (e rincorsa) nel massimizzare i profitti e i margini è stata più veloce del chiedersi perché o del chiedersi se doveva essere fatto.

I governi non si sono resi conto in tempo del potere che ormai hanno acquisito le multinazionali, che da anni hanno sostituito i governi sia in termini di cultura (pubblicità) che di fama e affetto (fondatori, ambassador, speaker) che di potere (denaro e raccolta dati).

Anche Taplin nel suo ultimo libro “Move fast and break things” (chiamato così per il motto di facebook) sottolinea come questi colossi hanno iniziato a creare crepe pericolose nella democrazia, di cui abbiamo parlato giusto l’altro giorno

L’aumento di fake news, il cosiddetto “data smog” (l’inquinamento di internet con contenuti di scarsa qualità), la polarizzazione creata dalle ads creando solo il mondo che ognuno vuole vedere (chiamata tunnel vision) e l’uso dei social media come sostituto di tv e piattaforma dove si sono tenute campagne politiche, tensioni e scambi fra governi hanno tutti contribuito alla creazione di un nuovo governo senza fili (ma anche con poche regole) su larga scala.

Il prossimo monopolio è quello mentale

Può sembrare un titolo estremo, ma i toni forti sono giustificati. 

Quello che hanno capito queste aziende è che per massimizzare i profitti e mantenere il monopolio la chiave è quella di creare un monopolio mentale, ma non di “prodotti” e “servizi”. Un monopolio fatto di notizie, post, foto, annunci, prodotti, sogni. Un monopolio fatto di stile di vita. E che è esattamente quello che i consumer desiderano.

Vedi, ovviamente se un social ti facesse vedere solo contenuti che non sopporti e che non ti piacciono, scommetto che non ci vorresti mai entrare. Non lo useresti.

E quindi quale strategia migliore se non farti vedere tutto quello che ti piace?
Qua ci sarebbe da entrare in un altro argomento, di cui parleremo a breve, che è quello dei social media per sé, ma rimaniamo sul monopolio.

Il problema è il monopolio dell’attenzione.
So che ti rendi conto di cosa vivono Youtube, Facebook, Instagram e Internet. E di come stanno in piedi.

Per questo dico che la rincorsa al profitto è una brutta bestia: certo puoi idealizzare con i fiocchi rosa che senza competizione si può pensare a creare un valore più grande.

Ma se pensi a come massimizzare il profitto è un attimo giustificarsi che erano loro- i consumer- a volere quei contenuti, a voler passare ore della loro vita sui social, a comprare prodotti con catene fatte di inquinamento ed etica scarsa e a creare movimenti fatti di odio e protesta.

È un attimo scaricare la responsabilità sul consumer- “io ho solo dato loro quello che volevano e io ci ho guadagnato”. Una situazione win-win, no?

Eppure- come sottolineano anche altri- solo perché mostrano ambienti eco-friendly, promuovono i diritti di minoranze o comunità poco protette non significa che ci credono, ma che hanno capito che quella cultura è utile a loro. Per il loro profitto.

E quindi la stessa frase cambia significato: creare valore non significa essere (aziende, o persone) di valore.

Wall-E voleva forse dirci qualcosa

Ricordi le persone sull’astronave nel film di wall-e?
So che è molto cliché, ma parliamo di esperti.
La preoccupazione di molti è che questo monopolio viri verso la riduzione dell’autonomia dell’essere umano stesso, troppo abituato ad affidarsi a Internet (come non saper camminare nella propria città senza Maps). 

Un altro problema è che il monopolio può diventare facilmente il corrispondente della dittatura nei sistemi politici. Ricordi come erano i tiranni in origine, figure buone e con potere assoluto? E ora pensa al significato della parola oggi. 

Io credo di sapere dove pende l’ago della bilancia oggi sui monopoli.
Molte sono le difficoltà che oggi sono diventate sfide e preoccupazioni in un mondo dominato dai colossi tech, eccone alcune:

  • la riduzione dell’autonomia dell’essere umano
  • la scarsa capacità di decisione dei governi rispetto alle multinazionali
  • un sistema vincolato da poche aziende anche in termini di lavori, opportunità e nuove aziende (e una perdita di lavori per l’automatizzazione)
  • l’aumento di sentimenti come solitudine e depressione per il crescente uso dei social media e di un mondo tecnologico per “il progresso” 
  • la perdita di potere dei governi e della democrazia e difficoltà nel far passare le notizie (governi e non) visto che decidono le aziende stesse i criteri e diventano l’unico canale di diffusione 

Esiste una verità? I monopoli sono giusti o sbagliati?

Non è questa forse la domanda che ci dobbiamo fare ma invece come questi aspetti toccano la nostra vita. Di questo ne parleremo anche prossimamente in altri modi.

Quando le aziende dicono i “nostri dati”- sono in realtà i nostri. 

Ecco allora qualche consiglio: le aziende fanno anche quello che noi gli permettiamo di fare.
È sempre meglio poter pensare a quale fetta di responsabilità possiamo prendere per cambiare la situazione anche solo per la nostra vita.

Se vuoi sapere come innanzitutto gestire meglio la tua presenza online, puoi vedere il documento del cyber igiene del Cyber Polygon, evento che ha coinvolto molte delle aziende principali e che ha simulato un cyber attacco di scala mondiale.

Se vuoi leggerne di più sui social, questo libro.
Se invece vuoi leggere di più sulla tecnologia e come tocca la nostra vita, allora questo

Se invece vuoi un libro, bello grande ma leggibilissimo, che parla delle sfide che ha da affrontare l’essere umano in questo momento e nei prossimi anni- ed è un libro scritto anche in collaborazione con il World Economic Forum- allora preparati per questo (pieno di mappe e dati incredibili). C’è solo in inglese.

L’ultimo consiglio è una frase che ripeto stesso: dubita, perché il dubbio è essenziale

In un mondo fatto di feed, notizie dell’ultimo minuto, canali, post, gruppi, decreti, dichiarazioni e interessi con doppi fini, è l’unico modo per non sopravvivere, ma prosperare.
Dubita di ciò che sai per liberare spazio a nuove prospettive e nuove conoscenze.

E ricordati di controllare sempre bene chi finanzia le ricerche. Saranno anche motori di innovazione, i monopoli, ma sono anche molto bravi a stringersi la mano da soli.

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