Un tempo la pubblicità, era, come dicono gli americani “the next big thing” (la prossima grande novità). Arte e commercio, simbolo romantico del consumismo americano.

Ma oggi l’amata pubblicità sta perdendo terreno in favore di un “marketing umano”, a tu-per-tu, fatto di “conversazioni” come scritto nel celebre Cluetrain manifesto (qui tradotto da Luisa Carrada).
Consiglio caldamente la lettura: attuale anche oggi anche se del 1999.

Quindi la pubblicità è morta?

No di certo! Ma forse ha cambiato veste: si sa, la vendita e il commercio non muoiono mai ma si cambiano solo d’abito. Ma la pubblicità per come la conosciamo dai tempi americani, fatta di lettere grosse e loghi enormi, sconti fulminei e lodi alla marca non è più tanto ben vista.

Dà fastidio, ha bisogno di adblocker o viene skippata con abbonamenti premium e cifre extra per disfarci dal fastidio delle pubblicità forzose.

La pubblicità è cambiata.

Se non è certo una novità, allora perché ti comporti allo stesso modo?

Certo non sto dicendo qualcosa di nuovo, visto che lo stesso Cluetrain Manifesto che ho citato prima è stato scritto nel 1999, ma questo non significa nulla se poi le aziende si comportano allo stesso modo. 

Se poi continuano a sfornare contenuti azienda-centrici, pubblicità skippate o guardate forzatamente o ancora a proporre sconti che non interessano. 

Sapere cosa sta accadendo e farlo sono due cose diverse.

Si compra per storie, per narrazioni

Come dettato dal titolo del libro di Lisa Cron, “Story or die” (racconta/storia o muori), lo storytelling non è più un optional. Di prodotti ce ne sono fin troppi, e con anche la crescente saturazione del mercato combinata anche ad una maggiore consapevolezza del cliente, le caratteristiche si sono fatte sempre più intangibili. 

I clienti ne hanno viste di tutte, sono mica scemi (come molti vogliono far credere) e sanno distinguere le markettate e chilometri di distanza. Chi vuole vendere ai polli venderà solo ad altre persone che penseranno di vendere ai polli nel futuro. Venditori di sistemi per polli.

Ma i business forti sanno bene che le persone non comprano solo più per necessità, ma anche per identificarsi, aiutare altre storie imprenditoriali che le hanno toccate, per sentirsi persone migliori e per affetto.

I brand non saranno certo amici, ma sono raccoglitori di emozioni, di sentimenti, di storie: sono, nella loro migliore versione, comunità fatte di esperienze condivise.

Una comunità intorno al business, e non il contrario

E qui vorrei aggiungere la parola “community” al romanzo che ho prima citato di Lisa Cron, perché le persone vogliono conversazioni, vogliono parlare con persone, non con aziende. Vogliono sentirsi parte di qualcosa, non si accontentano più solo di spot pubblicitari che bruciano il cervello cercando di marchiare il nome del brand nella testa come mucche da latte (al livello peggiore del consumismo) o di stupidi motivetti da canticchiare come se fossero in uno spot pubblicitario.
Le persone cercano significato. E se non glielo dai tu, lo cercheranno altrove. Da te continueranno a comprare in modo “vuoto”: per necessità, con atteggiamento freddo e opportunistico. E da altri troveranno la community.

Aperto il prossimo Workshop!

Visto che ora più che mai i business che resisteranno saranno quelli che si evolvono, ho pensato fosse un ottimo momento per creare questo nuovo workshop.

Il workshop “Costruire una community intorno al tuo business” sarà il 14 Luglio dalle ore 21.00 alle 22.00. Puoi già acquistare il tuo biglietto!

Parleremo di 7 punti chiave per costruire una community:

  1. Come creare un piano a lungo termine. Come dare il giusto tempo e come essere costanti
  2. Il significato esistenziale della community
  3. Quali sono i valori fondanti
  4. Quali strumenti usare per comunicare
  5. Inizia con chi hai intorno a te
  6. Offri diverse tipologie di valore
  7. Sii te stesso in massima coerenza

Ovviamente con questo workshop giochiamo in casa, dato che dall’avvento dei social media abbiamo creato una delle più grandi community in Italia con decine di migliaia di persone che contribuiscono al movimento Tribeke.

Su questo personalmente ho esperienza decennale ed è uno dei punti focali della mia professionalità.

Perché creare una community?

Le community sono complesse, difficili e estremamente complicate da gestire, ma la ricompensa è meravigliosa: per te per chi ti segue, dai un valore che va oltre semplicemente il “lavorare per fare profitto”. 

Ma questo è ancora un punto in più che ti lascio come ispirazione, riflessione.
Fortunatamente questa evoluzione forzata può portare a qualcosa di incredibile per molte aziende. Può iniziare, per alcuni, il famoso “dare indietro” (give back) e dare un valore più grande.

Poi, ovviamente, c’è anche la strada del pagare costantemente ads costose perché non c’è una community stabile, ingaggiare influencer trendy per simulare interesse e usare tutte le leve possibili di persuasione del tuo lifestyle (tipo mettere i cartonati della spiaggia) per “ingannare” le persone a seguire la “tua community”.
Ma non credo saresti qui se ti interessasse questa strada.

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