“Il Covid-19 ai grandi non ha fatto male.”
Così inizia l’articolo del Sole 24 Ore quando parla delle 100 aziende più grandi del mondo. 

Questa frase è un trampolino che ci invita a saltare al paragrafo più in basso e rispondere a tutte le domande che balzano in mente.
Ma la discesa è lunga: dobbiamo attraversare divari fra ricchi e poveri che si allungano come il lancio di un frisbee, superpotenze che battibeccano a chi ce l’ha più lunga (la lista di debiti) e a chi spettano più soldi e il futuro più o meno incerto che si prospetta per tutti noi.

Oggi parliamo di dati, di crisi e di nuovi pericoli: ci affacciamo al burrone guardandone il fondo. Prendiamo la corda e l’impalcatura per scendere un po’ più a fondo.

Lotta tra colossi in aziende e multinazionali

In un’infografica a bolle, la Cina e gli Stati Uniti si sfidano in aziende: il vincitore è ovviamente (per ora) gli Stati Uniti.

Ma dove vengono prodotti i materiali e con che denaro vengono sostenute è un’altra questione (e la Cina ne sa qualcosa). Infatti questa classifica si basa sulla posizione della sede: Apple è americana ma tutti i suoi pezzi vengono prodotti in Cina (infatti sulla scatola c’è scritto che è prodotto in Cina e assemblato in California).
Di queste 100 società, 59 sono negli U.S.A. e 14 in Cina. 

Il pericolo sottostante di questa sfida economica

Questo è un pericolo aggiunto perché se quasi tutte le aziende sono in mano ad una nazione in crisi che è collegata alla seconda superpotenza mondiale, vuol dire che se crolla non solo porta giù se stessa ma anche l’economia mondiale.
E la Cina avanza senza timidezza.
Pensa che agli inizi degli anni 2000 la Cina occupava solo il 4% dell’economia globale: ora questa percentuale è salita al 16%.
E con la caduta possibile del dollaro le cose si complicano.

Il dollaro è un vincolo obsoleto e pericoloso per l’economia

Con la creazione di nuove valute digitali (e non cripto) slegate dal dollaro come lo Yuan digitale e le crescenti tensioni politiche, l’America si trova in un cul-de-sac dove la paura di un crollo è più che reale. La Russia si è dimostrata propensa all’idea, buttando fuori il dollaro dal suo fondo monetario sovrano, e possibilmente ispirando altre nazioni ad azioni simili facendo anche comunella con la Cina.

Inoltre il modello dello Yuan digitale per ora sta dando ottimi risultati, visto che hanno anche sperimentato la distribuzione degli stipendi e si sono trovati meglio.
Poi il dollaro trova ancora un’altra sfida all’orizzonte.

Una nuova luce per il Centro e Sud America: le criptovalute

Possibilmente più nazioni dell’America Centro e Sud adotteranno il bitcoin come valuta legale a corso forzoso come ha fatto El Salvador, entrando nella storia come prima nazione nel mondo a farlo.

Questo significa sganciarsi dal vincolo del dollaro americano, valuta che ha contribuito alla rovina di molte economie di questi paesi, assieme allo sfruttamento agricolo e a molte altre questioni troppo lunghe da parlarne qui in poche righe. Ma la rimozione del dollaro potrebbe essere una boccata d’aria per questi stati, dando loro una possibilità di rinascita. Uscendo dal monopolio del dollaro potrebbero lasciare gli U.S.A. con il sedere a terra assestando un altro duro colpo alla loro economia.

L’inflazione: come dimenticarsi di questa brutta bestia

Anche se breve voglio ricordare l’ultima sfida principale del dollaro, che ora rappresenta la valuta di riferimento mondiale (quindi il suo crollo comporta la fine dell’economia come la conosciamo oggi). Il debito è arrivato a 23.3 triliardi di dollari (una cifra insostenibile). È enormemente cresciuto causa crisi covid-19, dove il piano governativo è stato quello di gonfiare l’economia per cercare di darle una spinta. Peccato che se cerchi di gonfiare qualcosa di vuoto, rimane sempre vuoto (solo con un po’ d’aria in più).

E quindi l’economia usa “pallone gonfiato” (in tutti i sensi) sta pagando il prezzo della crescita dell’inflazione. Addirittura tempo fa la Fed ventilava che voleva far crescere apposta l’inflazione per qualche motivo spiegato dagli analisti (per giustificare le loro pessime mosse). Dietro al debito c’è, ovviamente, la Cina. Che ovviamente non gradisce il loro vizio di stampare i soldi dal nulla e lo ha dimostrato nell’ultima vignetta del G7 di cui abbiamo parlato.

Torniamo al divario: in Italia è un grande problema

Tutto questo per dire che non solo non c’è la crisi (almeno per i ricchi) ma che il divario fra ricchi e poveri che si sta allargando come una macchia d’olio ne è la prova.
Come dimostra brillantemente questo articolo (sempre del Sole 24 Ore) anche se le spese si sono un poco contratte in questo periodo, il divario rimane sempre enorme.

Nonostante le famiglie più povere spendevano solo €555 al mese nel 2013, le cifre si sono contratte del 4% in questi anni, non contando pure che il denaro vale meno causa inflazione.
Ma non è un trend condiviso: i ricchi invece hanno aumentato la loro spesa mensile del 14%.
Una famiglia che spende €500 al mese come può contrarre ancora le sue spese?
Sta diventando un problema sempre più pressante in Italia: meno di così non coprono neanche le spese di sopravvivenza.

Quasi un italiano su dieci è povero

Sempre dalla sezione Infodata del Sole 24 Ore troviamo statistiche illuminanti sulla situazione italiana per 2 milioni di famiglie con il report annuale Istat.
Questi 2 milioni di famiglie, che sono il 9,4% della popolazione italiana, sono sotto al limite della povertà. Rispetto all’anno scorso sono pure in crescita (erano il 7,7%). 333 mila famiglie in più sono scese sotto il limite. Ecco quando dico che la crisi c’è ma la soffre chi è già in difficoltà mentre i miliardari si arricchiscono ancora di più. 

Perché ci si guadagna con la crisi, eccome

Ecco cosa dico quando mi chiedono “e chi ci guadagna”? Chi ci guadagna a fare terrorismo mediato, a spingere con le mascherine brandizzate e i volantini di certe serate sotto le stelle?
Ci guadagnano in molti, a torreggiare in classifica schiacciando ancora di più il cittadino o la famiglia media. Ci guadagnano a cavalcare il “socialmente giusto” con la scusa della prevenzione e della responsabilità, ma si fanno prendere la mano e giustificano azioni che limitano la nostra libertà per la “sicurezza pubblica” perché c’è anche di mezzo il denaro.
E quando c’è il denaro di mezzo il confine tra giusto e sbagliato diventa molto labile per molti.

Ora capisci quando sottolineo spesso che l’abbondanza economica, la ricchezza, chiamala come preferisci, è diventata non solo un desiderio ma una necessità?
La crisi è una parola contagiosa ma che infetta solo quelli che sono fuori dalla fetta di chi può comprarsi l’esenzione.

Parliamo chiaro: altro che crisi. La crisi è di chi non si può permettere di lucrare sulla situazione e che si affida nelle mani di chi spaccia soluzioni per soldi.
Altrimenti le più grandi aziende del mondo non avrebbero fatto un +48% su trilioni (pg. 5) anche quest’anno.

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