Perché una comunicazione se non funziona è offensiva, irrilevante o invisibile?

(Ne abbiamo parlato la scorsa settimana, e questo martedì riprendiamo il filo. Ma puoi anche leggermi senza aver seguito la scorsa settimana.)

Se fosse così, potremmo comunicare solo camminando sulle uova, cercando di convincere chiunque su tutto oppure comunicando ogni cosa che ci viene in mente in ogni modo possibile.

Smetteremmo di essere offensivi, irrilevanti o invisibili?

Neanche i più grandi esperti della comunicazione smettono di esserlo, e non è neanche l’obiettivo. Ecco perché.

E = MC2

C’è un concetto che la comunicazione e Einstein hanno in comune: la relatività.

Solo che una è una formula, l’altra è la relatività nel senso che nella comunicazione ci troviamo sempre in uno stato relativo.

Quello che per me è offensivo, per te potrebbe essere addirittura auspicabile, così come il contrario.

Ma anche quello che per me potrebbe essere offensivo da parte di uno sconosciuto, potrebbe essere divertente da parte di una persona vicina.

E così anche quello che per me potrebbe essere offensivo alle 9 di mattina potrebbe essere una condivisione felice alle 9 di sera.

La relatività è ovunque nella comunicazione.
Per questo potremmo sempre essere offensivi, irrilevanti o invisibili: dobbiamo solo saper scegliere per chi non esserlo!

Prima di tutto bisogna saper navigare abilmente in questa foresta della relatività. 

Il DNA della comunicazione

Per aiutarci a navigare nell’assoluta relatività abbiamo bisogno di alcun strumenti. Parliamo dei mattoncini che costruiscono una specie di spirale a doppia elica della comunicazione. 

6 variabili con cui abbiamo prodotto di tutto: dai testi per gli shampoo ai discorsi politici di Obama fino a Dracula di Bram Stoker.
Oggi parliamo delle prime 3.

  • il parlante
  • il ricevente
  • l’intenzione
  • il contesto
  • il contenuto
  • la forma

1. Il parlante

Noi siamo l’origine della comunicazione.
Il primo filtro da considerare è la motivazione, cioè il “motivo della nostra azione”. 

La prima domanda da farsi è “cosa voglio ottenere da questa comunicazione”? 

È meglio avere chiaro che cosa desideriamo ottenere, che è quello che ci spinge a comunicare. 

Se voglio rassicurare una persona, questo è l’impulso che scatena la comunicazione come una reazione chimica.
È quello che desidero ottenere. Poi vengono le parole e tutto il resto. 

Qua vale anche sempre il monito “conosci te stesso” e “conosci te stessa”. Senza entrare in discorsi che ci terrebbero occupati per vari secoli, ma è bene ricordare che noi siamo la fonte della nostra stessa comunicazione. 

Cosa dico è uno specchio di quello che sono

Questo vale, ovviamente, per le persone singole come per i business, che sono sempre fatti di persone!

2. Il ricevente

Una comunicazione è tale quando hai una reazione da parte dell’entità con cui comunichi (la comunicazione non è solo umana). 

Discorso per cui, per riprendere il punto fatto da Annamaria Testa in “Farsi capire”, non sappiamo se si può “comunicare con un cuscino del divano”. Ci parli, ma scateni qualche reazione? 

Una comunicazione si fa sempre in 2

È essenziale pensare al ricevente subito dopo che hai in chiaro cosa desideri ottenere dalla comunicazione.

Chi hai davanti?
Cosa pensa?
Come si sente?
Che tipo di persona è?
Che tipi di frame ha (interpretazioni di parole, segni, discorsi, figure)?
Che relazione ha con te?

Quando hai varie opzioni su cosa dire/fare: pensare al ricevente ti aiuterà a scegliere la versione migliore per chi hai davanti.

Attori nella nostra mente

Ricorda anche che la persona che abbiamo davanti è diversa da quella che abbiamo di lei nella nostra mente.
Creiamo vere e proprie “persone” come copie, sosia, attori, che vivono nella nostra mente e che ci servono per proiettare e predire scenari.

Moduliamo la conversazione non in base a chi abbiamo davanti – ma per quello che noi pensiamo essere la persona.

Le assunzioni sulla persona possono essere vere o false: anche questo è da considerare! Per questo la comunicazione si fa in 2: oltre la creazione, deve esserci anche l’ascolto e l’interesse genuino.

Onestà ≠ Sfacciataggine

È un bene saper modulare la propria comunicazione.
Non ho mai sopportato la convinzione che se cambi in base a chi hai davanti sei meno genuino rispetto a chi è “sempre se stesso/a”. 

Semmai:

  1. non hai l’accortezza di percepire le situazioni e chi ti trovi davanti 
  2. limiti la tua personalità ad una sola sfaccettatura

3. L’intenzione

L’intenzione è come desideri che la tua persona venga percepita e che tipo di reazione/pensiero vuoi che la persona abbia riguardo a te. 

La motivazione (quello che vogliamo ottenere) invece è solo una e spesso sono simili (rassicurare, fare pace, ringraziare).

L’intenzione va a ruota della motivazione e aiuta a direzionare i prossimi punti per creare un filtro comunicativo.
Ti aiuterà a direzionare le tue energie perché la tua comunicazione rimanga in linea con le tue intenzioni.

Non a caso la parola intenzione ha il significato etimologico di “tendere, rivolgere”, e viene usata con l’accezione di “orientamento della coscienza verso il compimento di un’azione, di un progetto” (Treccani).

Spesso le intenzioni si ripetono in modo inconsapevole, o lavorano a livello inconscio (mi dico che lo faccio per aiutare, la vera intenzione è perché voglio aver ragione).

Nella comunicazione le intenzioni consapevoli sono importanti: diventi presente quando parli o scrivi un testo. 

Sai come vuoi che la tua persona sia percepita e cosa vuoi suscitare negli altri. 

L’intenzione è ovviamente in linea con la motivazione: se le due sono disallineate è un disastro!

Riprendiamo l’esempio di prima: una persona a me cara me piange per una perdita. Facciamo che si chiama Alessandro.
Vediamo varie situazioni.

Scelgo la mia intenzione

Io (parlante) desidero rassicurare (motivazione). 

Alessandro (il ricevente) è sensibile, ferito ed è una persona tendenzialmente riservata e gentile (un esempio iper-semplificato del ricevente).

La mia intenzione è che io venga percepita come una persona sicura con cui confidarsi e che lei si senta accolta e compresa.

Stessa motivazione ma intenzioni diverse

Anche Sara vuole rassicurarlo.

Ma la sua intenzione è quella di essere vista come una consigliera e dare a lei dei consigli per la sua perdita. 

Non scelgo nessuna intenzione

Luisa vuole rassicurarlo.

Non pensa a che intenzione ha o la dà per scontata, ma le intenzioni ci sono sempre, solo che così si scelgono “da sole” ( = in modo inconsapevole).

Prendendo un possibile comportamento tipico, finisce per parlare solo di sé e delle sue perdite nella vita, senza dare spazio alla persona ferita.

Sono le classiche comunicazioni in cui uno “aveva buone intenzioni”.
Ma quali?

Se avesse voluto darle spazio, allora questa intenzione avrebbe direzionato la sua comunicazione in modo diverso.

Queste sono le prime 3 intenzioni, a mio parere le più impegnative e quelle che determinano maggiormente tutto quello che viene dopo.
Ma sono anche quelle che nella formazione tecnica e classica sulla comunicazione vengono trattate di meno.

Se ti piacerebbe approfondire la lettura, allora ti consiglio proprio il libro che ho citato nel testo di Annamaria Testa, “Farsi capire”.

Intanto ci lasciamo questa settimana con questi primi 3 mattoncini: sono molto curiosa di sapere se ci sono delle riflessioni che vuoi condividere con me. A volte fanno capolino anche alle 3 di notte.

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