È un argomento attuale, inquietante, che genera timore, ansia e paura che lo sviluppo di queste “menti robotiche” spazzi via tanti posti di lavoro.
Certo, il rischio concreto esiste.

Un argomento attuale, inquietante e pauroso: i robot spazzeranno via i nostri posti di lavoro.
Il rischio concreto esiste? Sì.

Non è più solo roba da cinema Hollywood dove Will Smith interpreta il profeta di un’apocalisse cibernetica in “Io Robot” o dove Arnold sfoggia la sua forza contro i Terminator.

E se invece fosse proprio l’AI a creare nuovi posti di lavoro come fece la rivoluzione “intellettuale”?

Per anni si è detto che le intelligenze artificiali e i robot avrebbero rubato i posti agli indifesi esseri umani che siamo noi.

Forse invece dovremmo vederlo in chiave ottimista, come hanno fatto alcuni.

Del resto, chi avrebbe immaginato che lo sviluppatore di app o il social media manager sarebbero diventate professioni?

Grazie all’AI saremo in grado davvero di migliorare la qualità di vita?

Sai, forse non è questo quello su cui le persone si devono soffermare, dato che ci troviamo davanti ad un problema ancora più grande su scala mondiale.

Tutti a parlare di robot quando le persone stesse stanno diventando Cyborg: maggiore è il tempo che le persone trascorrono online, meno tempo hanno a disposizione per le interazioni nel mondo reale.

Mentre sei nel traffico, in fila al supermercato, a cena tra una portata e l’altra, durante la pausa caffè, prova a guardarti in giro: tutti con lo smartphone in mano a interagire con chissà cosa o chissà chi dall’altra parte, nessuna forma di scambio o dialogo con chi ci sta intorno.

La mente è sempre costantemente in stato iperattivo e frenetico.

Ogni momento in cui non sei coinvolto in un’azione che richieda l’uso di occhi e mani è buono per (dis)connettersi.

La mente non è più capace di stare nel qui e ora: è sempre pronta a far scattare il pollice sullo schermo dello smartphone per controllare i social o le notifiche.

Qualche dato a riguardo?

È diventata una vera e propria ossessione: un intervistato su 5 ha confessato di sentirsi a disagio quando non c’è campo o non trova una rete Wi-fi.

Uno su 3 va in ansia quando esaurisce i Gigabyte previsti dal proprio piano tariffario e il 20% ammette di non riuscire ad aspettare che la fine del mese faccia “ricaricare” i giga e di correre ad acquistare traffico supplementare.

È divertente, non credi?
Un software nato per connettere le persone nel mondo o riallacciare legami e mantenerci in contatto con persone lontane, non sta facendo altro che dividere le persone ed illuderle di interagire.

Le cene con gli amici sono finite, le persone preferiscono rimanere a casa per stare sui social mentre si guardano una serie netflix allo stesso tempo.
Mi manchi? Non ti chiamo, ti “whatsappo” un cuore, sterile e automatico.

E come si connette questo con la IA?

Le persone non possono lamentarsi dell’avanzata dell’IA se loro stesse stanno diventando versioni automatiche e sconnesse dal mondo di se stesse.

«Quando parliamo di intelligenza artificiale, il vero rischio non sta nella malevolenza, ma nella competenza»

Questa frase di Stephen Hawking, il famoso astrofisico, dice il vero?

Oppure è una tecnologia destinata a premere i nostri punti deboli?
O ancora ci sta spingendo verso una nuova evoluzione?

Il futuro dell’IA dipende dalle nostre scelte e non da quelle delle macchine.
La libertà delle persone sta venendo a mancare per le loro scelte.

Le persone si stanno perdendo: mancanza di tempo perché i device occupano quasi tutta la loro giornata, ansia perché i social stimolano stress negativo, incapacità di pensare perché la mente è sempre in costante frenesia.

Questo abbassa la qualità di vita.
Ed infine limita la loro libertà.
Ma di chi è la responsabilità?

Tu cosa ne pensi?

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