Tantissime volte hanno chiesto a Koan se ha la sfera di cristallo, soprattutto dopo l’uscita dell’ultimo libro “Economia dopo il Coronavirus” a Marzo 2020.

Ovviamente confermo che non ha nessuna sfera – e neanche un dono magico per predire il futuro – ma è vero che ci sono alcune tecniche e modi per aiutarci a proiettare il futuro più probabile.

Oggi parliamo quindi – in qualche modo – di come si fa a “predire il futuro”, ma in realtà di come questa pratica basata su quelli che vedremo si chiamano “modelli predittivi” esiste già ed è usata da molte figure negli alti livelli.

Predire il futuro: magia o scienza?

Spesso quando si parla di narrazioni e di racconti si pensa alle favole, ai film o ai libri, mestiere di scrittori e di artisti.
Se si parla invece di spin doctor si pensa a qualcosa di oscuro, ai complotti o alle stanze dei bottoni.
Se si parla invece di meccanismi cerebrali legati alle storie si pensa subito alla biologia, alla scienza, a qualcosa di più “vero”, logico e meccanico.

A questo punto se ti dovessi chiedere a quale campo appartiene il concetto di “predire il futuro” potrebbe essere che ti venga più naturale associarlo alle narrazioni, e di conseguenza a concetti più magici e mitologici che a quelli scientifici.
Ed è qui che ci sorprende la neuroscienza, che, ancora una volta, trova verità nei meccanismi narrativi che sono simili a quelle della nostra esperienza di vita personale, della storia umana stessa e anche di quella che un tempo era considerata magia (oppure oggi complottismo!).

I modelli predittivi

Modelli che negli affari, nel settore scientifico e non solo analizzano dati per predire uno scenario e una situazione. Nella neuroscienza legata alla narrazione parliamo anche di un concetto che mostra come i racconti tendono a realizzarsi: sono anch’essi modelli predittivi.
È per questo che chi è abile nel mestiere e conosce i modelli (non solo ad appannaggio degli scrittori di romanzi) può, come fanno gli spin doctor, “far realizzare” o predire cosa accadrà nel futuro.

La ragione per cui funziona è perché un racconto non è solo una statistica che si ripete nel tempo o un dato: è un intreccio complesso fatto anche di dati ma è una realtà stessa che allo stesso tempo parla della realtà.

Le simulazioni incarnate

Questa è la parola che si usa in molte correnti di pensiero sullo storytelling per parlare di narrazioni. Simulazioni incarnate: simulazioni di vita e della realtà che allo stesso tempo sono realtà stesse.

La narrazione dell’immigrazione italiana in questi ultimi anni è molto più che dati e statistiche: i dati mostrano un probabile futuro che si intreccia con la narrazione creata che quindi va poi a realizzarsi.

In parole povere: cresce l’immigrazione (di quanto non importa), le persone vengono a conoscenza di questi dati (come?), viene creata una narrazione che le persone interpretano collegata a quei dati (cosa significa per la loro vita?) e di conseguenza grazie a questa narrazione possiamo predire come si comporterà la popolazione in futuro.
Questo grazie a dei modelli narrativi e alla conoscenza dei comportamenti delle persone: la paura dello straniero, la combinazione fra problemi con lo stato e assistenza a persone straniere e così via.

Questo modello racconta sì la realtà ma ne crea anche un’altra, e a tesserne le fila è chi trasforma la realtà in una narrazione continua che le persone consumano.

Pensa alla tua esperienza diretta

Il discorso a parole può diventare facilmente complesso, perché si parla anche di tanti altri campi, ma diventa molto semplice quando pensi alla tua esperienza personale di tutti i giorni.

Cosa è successo in questi due anni e come hanno reagito le persone anche davanti ai dati?
Reagiscono maggiormente ai dati nudi e crudi o alle narrazioni create intorno ad essi?

Per citare parafrasando più di un abile storyteller: “Se vuoi che le persone ti ascoltino, devi creare un racconto, non offrire loro dei dati da soli. Ricordiamo e reagiamo ai dati solo se hanno importanza per noi. In sostanza reagiamo a ciò che ci fa emozionare, nel bene e nel male.”

Le predizioni future

Qua arriviamo al nocciolo della questione: nel momento in cui riesci a vedere la trama di questa simulazione incarnata, puoi fare quelle che si chiamano predizioni future (o “future narrative” per citare Andrea Fontana in “Storytelling d’impresa”).

Come si fa una predizione futura?

Una storia non è fatta solo di dati, ma di persone che la vivono e la respirano.
E gli stessi dati si basano sui comportamenti umani.
Per questo per fare una predizione futura e capire in che narrazione stiamo vivendo dobbiamo essere profondamente interessati al comportamento umano.

Non solo. Dobbiamo studiare, informarci e creare un possibile scenario in base ai dati che abbiamo raccolto su vari argomenti, come:

  • l’uso dello storytelling da parte di media e governi
  • le strategie politiche in atto
  • la storia geopolitica
  • la situazione economica mondiale e dei paesi
  • gli interessi comuni (e quelli non)
  • la propaganda e i media

E molto altro.
Questo è la cosiddetta “sfera di cristallo”.
Ma questa è la parte più facile: quella tecnica, logica e razionale.
E forse non è neanche il punto chiave.
Come sempre, sono altri i blocchi che spesso impediscono alle persone di vedere chiaramente quale è il futuro più probabile davanti a loro. E, sorpresa sorpresa, sono sempre comportamentali. Non per nulla il comportamento è la chiave del nostro modus operandi.
Parliamo di alcuni, iniziando con quello più attuale.

Ma chi sei tu per dirlo?

Il primo blocco. Soprattutto in questo periodo, la comunicazione mediatica ha teso verso un atteggiamento che mira a togliere il potere all’intelligenza della persona singola.

Ma cosa ne sai tu? Hai un camice bianco? Sei del settore?
Hai trent’anni di esperienza in quello? E così via.

Mentre (ovviamente) penso che quando parli di qualcosa devi sapere il fatto tuo, non significa che bisogna portare questo atteggiamento all’eccesso discriminando le persone non del settore.
Ognuno è dotato di intelligenza e capacità pensante e deve essere in grado di prendere decisioni per sé.

Anche confrontandosi con un professionista non possiamo essere ignoranti su quanto stiamo andando a fare. È come andare a fare un intervento chirurgico senza conoscere cosa ci stanno per fare o scegliere la soluzione migliore per noi, senza chiedere quali potrebbero essere le ripercussioni o i rischi.

Ognuno di noi ha la capacità di apprendere e di imparare a fare domande intelligenti.

Perché questo preambolo? Perché la capacità di creare predizioni future è strettamente collegata allo studio anche in ambiti che non sono sempre nostri.

Scienza, politica, medicina, economia, finanza, legge e molto altro.

Non possiamo essere professionisti in tutti i settori, ma possiamo essere in grado di capire cosa sta accadendo, prendere una decisione per la nostra vita e ascoltare altri grandi professionisti.

Non devi inventarti nulla!

Mica stiamo parlando di inventarsi qualcosa o di predire secondo i gusti personali.
Là fuori ci sono migliaia di grandi professionisti, eccellenti, preparati e dediti al loro lavoro oltre ai pagliacci televisivi e ai grandi buffoni.

Quindi la stessa narrazione che stanno creando del “tu che ne sai, fai silenzio e ascolta l’acclamato” è anche piena di ipocrisia: gli stessi personaggi etichettati come “approvati dal governo” non sono spesso eccellenti o più preparati (a parte il fatto che non esiste una sola verità) e gli enti che dovrebbero guidarci danno dati discordanti dalle azioni.

E già questo ci fa comprendere la potenza di un abile storytelling, ora più che mai in quella che chiamano l’epoca della “post-verità”.

Prima si accetta, poi si cambia

A questo punto arriva il secondo blocco.
La ragione per cui molte persone sono abbastanza intelligenti per capire cosa sta per succedere ma non agiscono è perché la narrazione è troppo forte per essere infranta.

Staccarsi da quella narrazione e vedere la verità (spesso meno “bella” della narrazione) significherebbe uno schock troppo forte che porterebbe ad un’azione che la persona non è pronta a compiere per la propria narrazione personale (in quel momento).

Non puoi staccarti dalla tua narrazione personale

Mi spiego con un esempio molto terra terra: una persona che vuole rimanere in forma ha messo 12kg durante il periodo natalizio potrebbe creare la narrazione del “è solo peso temporaneo” e che “andrà via da solo” e che “mangiare un’insalata al giorno” lo farà andare via e basta saltare una cena qua e là.

La verità è che quel peso non andrà via per mille ragioni scientifiche e nutrizionali (per generalizzare) ma questi sono dati, e non un racconto.

Quindi anche se la persona è abbastanza intelligente per capirlo (sarebbe scettico o scettica se glielo dicesse un amico) non riesce a scollarsi dalla narrazione che in qualche modo la protegge anche da un cambiamento difficile.

Perché se accettasse la realtà sarebbe costretta dalle sue emozioni a prendere atto – altrimenti sarebbe incoerente con la sua immagine di sé e il suo desiderio di essere in forma e perderebbe un pezzo di identità. Quindi si attiene alla narrazione, per quanto distante dai fatti.

In poche parole: la narrazione è sempre più potente dei fatti.

È come si spiegano molti accadimenti incredibili e orribili dell’essere umano.

La soluzione?

Prima di tutto devi accettare la realtà, prendendola come dei fatti freddi e in qualche modo andando di traverso all’istinto di sopravvivenza di pensare solo ai fatti urgenti. Bisogna rieducare la propria persona ad ascoltare i fatti e i dati e trarre le proprie conclusioni in anticipo in modo da non vivere in balia dei nostri stessi modelli narrativi.
Il primo passo è accettare i fatti e ripetersi che se vuoi cambiare, prima devi accettare.

Usa la leva dell’istinto di rimanere coerenti alla propria narrazione per istigare il cambiamento positivo.

Per tornare all’esempio

Nell’esempio della persona di prima, significherebbe guardarsi in faccia allo specchio e accettarsi per quello che si è come se lo si sarà per sempre, senza cambiare.
A questo punto la persona deciderà di intraprendere un piccolo passo, come ad esempio fare una classe di crossfit alla settimana.

Il problema non è il peso – è il comportamento – e la persona ha appena iniziato un cammino molto più lungo che la porterà ad un miglioramento duraturo, e non solo una dieta stressante con conseguente altalena del peso, alimentata dalla costante ansia di doversi cambiare.

E ora: scegli la tua narrazione

Ognuno ha ovviamente una narrazione personale – ma è enormemente influenzata da quella del mondo intorno a sé. Anzi, se la persona non è consapevole della propria narrazione la sua personale è un prodotto dell’ambiente. È simile a quello che si chiama “prodotto della società” quando ci si riferisce magari ad una persona stereotipo di quello che la società desidera.

Siamo esseri sociali

Abbiamo bisogno di avere una narrazione condivisa con quella che possiamo chiamare (a livello antropologico) una tribù. Esserne tagliati fuori è sempre un pericolo sia a livello emotivo/psicologico che pratico.

Infatti anche nelle ricerche fatte sui popoli centenari come quelli a Vilcabamba, in Ecuador, hanno visto come il fattore determinante della loro longevità non fosse tanto collegato ad un’acqua pura e miracolosa o un superfood, ma alle relazioni.
L’altissima qualità delle relazioni contribuisce alla loro longevità.

Per questo venire discriminati da un ospedale è pericoloso così come lo è passare una vita in solitudine.
Anche a livello statistico le persone più sole sono quelle più a rischio di alcune patologie di salute. Per questo nascono ricerche allarmanti sulla salute dei più giovani (e non solo) in questo periodo, data la mancanza di relazioni sociali significative e l’aumento di forme di depressione dovute alla solitudine.

E se io non mi rispecchio nella narrazione comune?

Ma cosa succede quando la narrazione condivisa non rispecchia quella che tu senti essere la tua vita ideale? E in generale, a prescindere da dove ti trovi, come fai a scegliere la tua narrazione personale? Farsi influenzare è un bene – se sei consapevole che sta accadendo e scegli anche (in parte) da chi e come. Questa è una bella domanda.

Elabora, accetta, crea e costruisci

Ecco 4 passi brevi e semplici che ti possono aiutare a elaborare la tua narrazione personale con consapevolezza, per una vita libera e straordinaria sempre:

  1. Elabora
    Informati e studia per creare ed implementare opinioni e predizioni su un futuro probabile in base alla tua situazione.
  2. Accetta
    Con i dati alla mano, oltrepassa i blocchi di cui abbiamo parlato, accetta la realtà come se non dovesse mai cambiare. Chiediti: “mi andrebbe bene se fosse così per sempre per come è ora? Mi andrebbe bene se tutto quello che ho visto dovesse accadere?”
  1. Crea
    Da qui in poi è una tela bianca. Come un cammino, inizia facendo un passo. Meglio lento che costante. L’ansia di dover cambiare per una narrazione che è scostata dalla realtà non porta a nulla di buono. Se la realtà è diventata dura da accettare comunque da qualche parte bisogna iniziare.
  1. Costruisci
    Qua inizi un percorso nuovo legato alla tua narrazione inizi non solo a creare – ma a costruire – che è diverso. Ad un certo punto potresti decidere di trasferirti in una nazione che rispecchia meglio la tua narrazione, cambiare casa, lasciarti con il partner o fidanzarti se sei single, cambiare percorso formativo, instaurare relazioni nuove e molto altro.
    Quando cambia la narrazione cambia il mondo intorno a te – nello stesso modo in cui accade al mondo e alle nazioni.

Ora che siamo entrati un po’ di più in questo mondo, è facile rendersi conto di come è molto di più che il semplice e un po’ fumoso “predire il futuro”.
Perché a) il futuro lo creiamo noi b) il futuro si cambia c) il futuro parte dal presente.

Spero che tu abbia trovato consigli utili: il lavoro inizia da adesso!
Più che mai l’inizio dell’anno porta con sé l’energia della rinascita dormiente, che attende di sbocciare in primavera – natura docet!

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