Ti dicono di fare, fare e fare. Altri, peggio ancora di avere.
Ma come, non sono le famigerate 10,000 ore e le azioni che ci danno l’esperienza che ci serve?

Oggi parliamo di azioni, attraverso una frase forse scontata e semplice: non è cosa fai, ma come lo fai. Cosa significa veramente?

Un esempio attuale

Facciamo un veloce recap della situazione, prendendo in esempio quella di molte persone in Italia in questo momento. Inventiamoci una persona casuale che si chiama Gloria.

Gloria sa che la situazione sta peggiorando in Italia e sa benissimo cosa dovrebbe fare, è intelligente: andarsene via dall’Italia. Sa che dovrebbe cambiare lavoro (fa la fioraia) e che dovrebbe cambiare casa, ma non solo. Sa anche che, in qualche modo (non è avvocato e non è del settore) dovrebbe cambiare qualcosa anche a livello legale, forse di residenza o non si sa. Sa anche che dovrebbe cambiare scuola per i figli, che ormai sono abbastanza grandi (età liceale) o addirittura vorrebbe fargli fare un percorso diverso, ma non sa bene a livello legale che obblighi ci sono.

Insomma, sa benissimo cosa fare: sa che deve cambiare nazione e che deve trasferire tutto in una nazione nuova, tipo un teletrasporto.

Allora si mettere all’opera, si informa per le scuole, le case, gli affitti, i documenti, i biglietti e quant’altro. Ma non partirà mai. Il suo piano “trasferimento all’estero” rimarrà per sempre in una cartella a4 azzurro cielo. Dentro il cassetto della sua scrivania, progressivamente sotterrato dalle ricevute, dalle bollette e dai documenti nuovi della sua continua permanenza in Italia.

Come mai? Non voleva davvero, aveva paura, non sapeva veramente come fare, era troppo costoso e mille altre ragioni.

Ecco, a cosa fare spesso ci arriviamo tutti

Se vuoi essere un artista devi disegnare.
Se vuoi essere un meccanico devi conoscere come funzionano le macchine.
Se vuoi essere un dottore devi studiare il corpo umano.

Certo che è molto di più di questo, ma a cosa fare spesso ci arriviamo tutti.
Ed è qui che entra il “non è solo cosa fare ma come”.
Una frase che ora assume un significato diverso.

Avere, fare, essere

Pensare prima di tutto di agire se vuoi ottenere qualcosa è un ottima idea: significa che ti tiri su le maniche e ti dai da fare.

Chi ti dice prima di tutto che deve avere qualcosa, che prima di fare ha bisogno di, sai già che vira su una frequenza più bassa, superficiale.
Pensa a quello che vuole avere e usa spesso la parola voglio: voglio quella macchina, voglio quella villa, voglio quei soldi, voglio quello e quell’altro.
Credo che tutti noi abbiamo almeno uno stereotipo di questa persona in mente.

A questo punto ovviamente pensare prima di fare è un ottima idea.
Ma ce n’è una ancora migliore: pensare all’essere.
E non significa dare aria alla bocca e aspettare una bacchetta magica: essere significa non solo fare, fare, fare (o costringersi a fare) ma diventare una persona diversa che fa cose diverse.

A prescindere dalla sua impopolarità sotto alcuni aspetti – d’altronde parliamo di un imprenditore, non di un politico – Donald Trump mi disse lo stesso anni fa.

Mi creai l’opportunità di parlarci quella manciata di minuti e gli feci una domanda: “Come si fa a diventare imprenditori multimilionari?”
A cui lui mi rispose proprio con: “Non si tratta di fare cose diverse – si tratta di diventare una persona diversa.”

A questo punto già con questi due punti possiamo vedere chiaramente come mai non basta il semplice agire per ottenere i risultati che desideri.
Ora vediamo il terzo punto, quello chiave.

S’impara facendo? Non è vero!

Questa espressione mica funziona. Ma come?
Come posso dire io una cosa del genere, visto che è alla base del nostro modus operandi, il fatto di sperimentare situazioni di vita reali e imparare facendo.

Ora mi spiego.
Agendo e facendo si scopre la vita, certo, ma secondo te quanti errori si possono fare?
Spesso molti più di quanti possiamo fare in una vita sola.
In più, quanto tempo avremo per recuperare i nostri errori, che ci costano tempo di vita, denaro, energie e molto altro?
La risposta è sempre: troppo poco. Il tempo non basterà mai per recuperarli.

“Se i vecchi potessero e i giovani sapessero”

Anche questo detto è una cavolata: si può essere sia anziani (parola migliore) che possono e giovani che sanno. E questo si collega al punto di prima.

Innanzitutto si risolve con questi due punti:

  1. Sei sempre più grande di qualcuno e più giovane di qualcun altro, quindi non è mai troppo presto o troppo tardi per iniziare ad apprendere qualcosa
  2. Quando impari qualcosa, sei sempre giovane, come un pulcino appena nato: l’argomento è nuovo e noi siamo giovani rispetto all’argomento
  3. Non è l’età anagrafica che conta, ma quella biologica! In più oggi sappiamo che tutti siamo in grado di ringiovanire (ringiovanimento biologico). Questo è fantastico!

La chiave di tutto

Poi c’è il terzo, quello chiave di cui parlavamo prima: il mentore!
Il mentore è la chiave di come si apprende: impari facendo, ma con un mentore, che ti risparmierà anni (letteralmente) di vita e ti renderà un anziano che può e un giovane che sa.

Il punto è che non si impara facendo (senza un mentore): l’esperienza ti insegna a fallire.
Come dice il mio mentore di padel Richie: “È inutile continuare a provare un colpo quando sei stanco: altrimenti si peggiora”.

E anche qui l’età non conta: anzi, se hai il giusto mentore puoi avere un’età anagrafica bassissima ma dare del filo da torcere a tutti.

Mi spiego: alcuni dei nostri partner americani sono giovanissimi, ma sono delle bestie: io li ascolto con attenzione, sono molto preparati. Loro sono cresciuti sotto l’ala di un mentore!

Le nuove avventure ci rendono giovani

In più, ricorda che sapere che la vita ha più esperienze e avventure di quelle che possiamo vivere in una vita sola ci rende vivi.
Siamo freschi, energici, quando iniziamo (e ci manca l’esperienza: per questo cerchiamo un mentore!).

Un esempio della mia vita

Quando ho iniziato a giocare a padel mi hanno detto che ci volevano 8 anni ad entrare in terza categoria, e che alla mia età non ci sarei riuscito (di solito molti iniziano da giovanissimi).

Oggi dopo 2 anni io sono in terza categoria – ma non bastano le 1000 ore di padel.
La differenza l’ha fatta Richie, il mentore, campione americano di padel.
Lui è un mentore proprio a livello comportamentale.

Il mentore fa la differenza perché lo integriamo nella nostra personalità e diventiamo giovani che sanno e anziani che possono.

Un mentore per ogni cosa

Ora chiediti, di tutte le aree in cui vuoi realizzare qualcosa di importante, hai un mentore?
Nei tuoi progetti di quest’anno, hai un mentore per ogni progetto?

Certo non è possibile avere un mentore che fa tutto – è specializzato, ed è impossibile sia specializzato in tutto.
Allora come fai ad avere così tanti mentori? E come si fa a trovare un mentore?

Qui ti dò il mio consiglio personale: prima di tutto apriti alla bellezza della vita e di cosa ti riserva quest’anno. Quando conosci un mentore spesso ha tantissimi altri mentori in altri campi di sua conoscenza, soprattutto se è un super conduttore.

Il mio mentore di padel mi ha messo in contatto con il campione del padel attuale negli U.S.A. che è anche presidente della federazione.
Quando ha saputo che andavo negli U.S.A. non ha esitato a darmi il contatto e ora forse lì faremo qualche partita assione.

Secondo, ricorda che il mentore non è un coach che lavora 12 ore al giorno: un mentore lo devi convincere – non basta pagare.

Innanzitutto poi, devi sempre essere sul pezzo e fare quello che dice.
Non sai come lo conoscerai, magari in giro, in una cena fra amici o nel momento più inaspettato. Ma conoscerne uno vi spianerà la via.

Quando lo conosci, poi, non raffreddare mai il contatto: manda un messaggio, scrivi delle mail, chiedi cosa puoi fare. Prenditi cura di questa relazione.

Diventiamo giovani che sanno e anziani che possono.
So che non è semplice. Ma vale la pena di intraprendere questa avventura.

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