Ricordi forse Sophia, la prima cittadina robot a ottenere la cittadinanza del Saudi Arabia, dotata di intelligenza artificiale e espressioni umane?

Arriva anche la sua sorellina, Little Sophia, che a differenza della sorella, non si concentra nell’apparire ai discorsi e tenere interviste, come fa la sua sorella maggiore.

Lei ha un progetto diverso: l’apprendimento per i bambini.
Little Sophia insegnerà intelligenza artificiale, coding, scienza, matematica, ingegneria e tecnologia (la sigla STEM in inglese) ai bimbi.

Il suo obiettivo è di rendere queste materie, solitamente “noiose”, in divertenti: così sin da piccoli i bimbi potranno essere eruditi su queste materie che prima erano “da grandi” o “barbose”.

Un idea splendida, vero?
È anche vero che a volte le peggiori azioni partono dalle migliori intenzioni.

Da un lato sarebbe un valido assistente: piccola, simpatica, che sa cantare e ballare.
Dall’altro sarebbe preoccupante: una sostituzione di un insegnante umano che, anziché insegnare ai bambini sin da piccoli non solo le materie, ma anche il comportamento e i modi di fare, viene scambiata per un robot.

Sai cosa potrebbe significare?
Non solo una perdita enorme a livello umano, ma anche una nuova cultura, perché gli insegnanti, volendo e non volendo, sono enormi influenze nella vita dei bambini, da cui apprendono il parlare, il gesticolare, le emozioni, le cose “buone” e quelle non, e così via.

E cosa ne verrebbe fuori da un bambino cresciuto con l’intelligenza artificiale?
Da dove apprende come essere “umano”?
Se un giorno i robot dovessero sostituire alcuni insegnanti, come cambierebbe tutto?
Cosa succederebbe ai bambini che passano magari 6, 8 ore al giorno con loro?

Man mano forse inizieranno a crescere come “robot umani”: più freddi, logici, con poca intelligenza emozionale ma tanta capacità con l’elettronica e la tecnologia, un po’ come oggi: ragazzi bravissimi coi social ma in difficoltà a livello emozionale, sempre più soli e in conflitto con la famiglia.

Questo forse risolverebbe il problema: crescendo in un ambiente “sterile” i bambini perderebbero la più grande capacità, ovvero non l’abilità di fare i calcoli (che tanto siamo battuti da una calcolatrice), non la capacità di essere razionali e logici o di essere computer, niente di tutto questo: la capacità di essere umani, di essere emotivi, creativi, emozionali, a volte impulsivi, reattivi, guidati dalla passione e dalla nostra capacità di sentire e sperimentare il mondo attraverso queste emozioni.

Invece la società sembra sempre più virare verso “la scienza e la ragione” come chiave: alla fine è normale che siamo sorpassati dai robot, perchè stiamo cercando di essere computer.
Ma non siamo computer!
Siamo umani!
E dobbiamo fare il meglio con i nostri punti forti, non credi?

Per tantissimo tempo le emozioni e le percezioni sono state etichettate come “imprecise” e “meno importanti” di decisioni prese con la ragione e la razionalità.

Ma cosa ci guadagnamo a cercare di potenziare i punti deboli?
Non dovremmo sviluppare i punti forti prima di essere sorpassati dai computer?
Tu cosa ne pensi?
Affideresti tuo figlio a un robot?

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