Sono appena tornata dall’Islanda: la terra del fuoco e del ghiaccio, così come viene chiamata. Non è affascinante?

Nel suo essere ruvida e selvatica ricorda la serie di Game of Thrones anche a me, che non l’ho vista (e infatti l’hanno filmata anche qui).

Erano anni che desideravo vederla: è proprio come la immaginavo, in modi diversi e simili, una terra così distante che pare un altro mondo, anche se si ha l’illusione che sia più simile a noi di un tempio thailandese perché si trova in Europa.

Queste enormi differenze culturali sono evidenti nella lingua, oltre che nelle abitudini, nella storia e praticamente in tutto. 

Quando si perde potere

È un paese dove il mio potere comunicativo è mille volte minore rispetto ai paesi dove ho vissuto o dove parlo la stessa lingua.

Nel momento in cui il nostro potere comunicativo diminuisce ci sentiamo più spaesati, più vulnerabili, o siamo meno consapevoli di quello che accade.
Il potere comunicativo è quello che ci serve per agire ed esistere nella società, a prescindere dal modo.

Ovviamente si può facilmente venire in Islanda e godere della sua bellezza senza parlare una parola di islandese o sapere nulla della cultura (sconsiglio, ma è possibile), ma le differenze culturali non vengono cancellate.
Sono solo anestetizzate da Google Translate, turismo e globalizzazione.

Pensiamo di conoscerci e riflettiamo le nostre abitudini sull’altro, soprattutto quando ci assomiglia esteticamente e magari parla anche una lingua che parliamo noi (come l’inglese).

La verità, spesso, è che l’altro è potenzialmente molto più diverso da noi di quanto percepiamo. Sottovalutare queste differenze significa non celebrarle. E incorrere in situazioni spiacevoli o anche pericolose. Al meglio ci lascerà ignari, impedendoci di apprezzare la ricchezza culturale del mondo.

Ma alla comunicazione non si sfugge.

Non ti conosco, ma comunico

Più è grande il divario culturale, più rischiamo di lanciarci in comunicazioni non efficaci, confusionarie: ora non sto più parlando di lingua.

Il grande divario fra i miei antenati (possibilmente i celti della Gallia) e l’impronta vichinga (oltre a quella originaria dei monaci irlandesi) di questo luogo mi fa riflettere.

Questa divergenza è solo aumentata come un fiume che scorre a valle lungo il percorso di migliaia di anni nell’umanità.

Come si può leggere in molti libretti, questa terra deve la sua esistenza al coraggio dei pescatori, impavidi oltre immaginazione, che si avventuravano ogni giorno nell’Atlantico che si schianta in modo violento tutt’intorno all’isola; e della persistenza degli agricoltori, che non si scoraggiavano quando il vento distruggeva tutto almeno una volta all’anno.

Perché in Islanda i venti arrivano anche alla velocità di 96 metri al secondo, il che equivale ad un impressionante 345km orari: questo vento è in grado di distruggere ancora oggi serre e costruzioni, oltre che spostare sassi che volano spaccando finestre di case e macchine.
Grazie alla diffusione di una bellissima pianta (il lupino nootkaense) negli ultimi anni, il volo dei sassi è diminuito.

E non abbiamo neanche parlato della fauna che li avrebbe circondati (balente, calamari, pesci di grosse dimensioni come gli halibut, orsi polari, lupi e molto altro) o del clima gelido e dei metri di neve e del ghiaccio.

Hanno scoperto come usare la violenza stessa della natura per creare il cibo secco come il pesce o di usare a loro favore le basse temperature per i processi chimici come la fermentazione e la conservazione via sale, assieme alle proprietà antibatteriche delle spezie e delle erbe.

Affascinante. E posso confermare che ancora oggi viverci non è una passeggiata, considerando anche i mesi di luce e buio quasi perenne o ridotti che si alternano.

A Giugno, mentre ero lì, c’erano una manciata di gradi (dai 4 ai 10 circa) e quasi 22 ore di luce: il sole “tramonta” oltre mezzanotte e “sorge” circa alle 3 di notte.

Con questo piccolissimo spaccato già è evidente quanto il divario culturale sia enorme.

Vendere acqua agli islandesi

Per molti, acquistare acqua in bottiglia è un atto banale. Per molti altri, non lo è, come probabilmente per chi vive a Roma.

Il fatto sta che in Islanda esiste l’acqua islandese dai ghiacciai in bottiglia – che dovrebbe essere quindi l’acqua locale – ma nessuno la compra. O almeno nessuno che ci abita.

Ma non è neanche sua intenzione venire comprata dai locali. È un acqua mirata ai turisti, perché gli islandesi non comprano l’acqua in bottiglia. 

Hanno accesso a una delle acque migliori al mondo, circondati da ghiacciai quanto sono. Anzi, l’atto di esportare la loro acqua in locali chic nel mondo è oggetto di controversia perché danneggia l’ambiente.

Ma molte persone che vengono a visitare l’Islanda non lo sanno: non sono abituate a consumare l’acqua di rubinetto e anzi, potrebbero pensare che l’acqua locale in bottiglia sia la migliore scelta.

Vedi cosa succede alla comunicazione?
L’Islanda vorrebbe evitare il consumo di acqua in bottiglia (sono molto sensibili all’ambiente e hanno grande cultura, almeno negli ultimi anni) – l’acqua potabile lì è fantastica! – ma nonostante tutto vengono acquistate tantissime bottiglie dai turisti. Io stessa ne ho acquistata una in aeroporto, ma poi l’ho usata per riempirla dal rubinetto.

Avere così tanto divario culturale ci fa riflettere sull’efficacia stessa della nostra comunicazione anche in situazioni con minore divario. 

Ci può aiutare a comprendere alcuni meccanismi che mettiamo in atto tutti i giorni nella comunicazione.  

3 motivi per cui una comunicazione (di solito) non funziona

  1. È irrilevante

La comunicazione non ha nessun significato nella vita quotidiana della persona. Il peggiore di tutti è quando è talmente irrilevante (ma non offensiva) da venire ignorata. 

A questa categoria appartengono le comunicazioni eccessivamente stereotipate come i problemi quotidiani delle persone secondo alcune aziende (ti chiedi come avere un detersivo che pulisca meglio il tuo lavandino?) e quelle che si spacciano come vicine alle persone. 

Ma anche nelle relazioni interpersonali, ad esempio quando si finisce per parlare a monologo senza sortire curiosità o interesse.

  1. È offensiva

La comunicazione attacca i valori o viene percepita come troppo distante dal proprio pensiero e stile di vita. 

A volte le persone parlano quando vengono offese, a volte no. 

A volte “l’offesa” è talmente sottile, come ad esempio un attacco ai propri valori o un discostamento, che preferiscono rimanere silenti e noi non sappiamo cosa è andato storto. 

Può essere il caso di comunicazioni pubblicitarie così come nelle relazioni interpersonali, in cui spesso si possono anche creare malintesi e litigi sterili o danni emotivi.

  1. È invisibile

La comunicazione non viene recepita dal filtro della persona e quindi è come se non esistesse. 

A volte pensiamo di aver comunicato, ma la comunicazione non passa, e nel peggiore dei casi viene malintesa. 

Significa che la persona non ha il filtro per recepirle. 

Rientrano quelle in cui si dà per scontato, in cui si usano parole generali per farsi intendere o in cui si tralasciano grandi pezzi di informazione saltando al sodo ad un pubblico o in una relazione in cui, magari, manca invece il contesto o farebbe bene un preambolo.

La bacchetta magica non c’è, ma esistono i libri di magia

Ovviamente non sono gli unici modi, ci sono anche le sfumature e molto altro, ma spesso questi accadono quando una comunicazione non va a segno, è disastrosa oppure non sortisce l’effetto desiderato.

Questi 3 punti di riferimento possono risultare molto utili quando vogliamo “aggiustare il tiro” di una comunicazione, innanzitutto diventando coscienti del probabile perché.

Il come? Non esiste ovviamente una bacchetta magica, ma esistono i libri di magia: ovvero ci sono molte informazioni che ci possono aiutare a fare magie con la comunicazione, ma nessuno può compierle per noi.

Una metafora alla Harry Potter.

La prossima settimana quindi parleremo di quello che mi piace pensare come il DNA della comunicazione, perché piccole variazioni hanno impatti enormi.
Cosa accadrà questa settimana che nutrirà le mie riflessioni, ancora non lo so.

Intanto queste sono le riflessioni che ho voluto condividere con te da un periodo in una terra così diversa, unica e fiera.
È una terra che non perdona, ed è forse in questo che la sua lezione sulla comunicazione risulta così efficace. 

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